La lingua dei Piceni è nota solo grazie ad alcune iscrizioni, la maggior parte delle quali, non essendo pertinenti ad un contesto archeologico certo, non è riferibile nemmeno ad un preciso contesto cronologico (1). La prima necessaria distinzione da fare è quella geografica; un primo gruppo comprende le iscrizioni “sudpicene” (2) mentre il secondo raggruppa le cosiddette “iscrizioni di Novilara” o “nordpicene”.

 

LE ISCRIZIONI SUDPICENE

Si tratta di ventitre iscrizioni, di cui due provenienti dalla provincia di Macerata (Loro Piceno e Mogliano), sei dalla provincia di Ascoli Piceno (Acquaviva, Castignano, Belmonte, Falerone e Servigliano) e le restanti quasi tutte dal territorio abruzzese (3), riferibili all’ambito della lingua italica ed in particolare al ceppo sabino (4).

Le epigrafi sono state apposte per la maggior parte su supporti lapidei: steli e cippi in arenaria, calcare o pietra locale, di grandi dimensioni e varia forma; soltanto quattro iscrizioni hanno supporti diversi: due elmi bronzei (5), una pisside fittile (da Campovalano) e un bracciale (dal territorio di Chieti).

Soltanto di alcune epigrafi è ipotizzabile una datazione di massima, poiché, come è già stato evidenziato in precedenza, delle altre non è conosciuto il contesto archeologico di provenienza: la statua del Guerriero di Capestrano è databile alla metà del VI sec. a.C., la pisside di Campovalano al primo quarto del VI sec. a.C., le iscrizioni di Penna S.Andrea (Teramo) al V sec. a.C, i due elmi di Bologna e Canosa di Puglia alla fine del IV inizi del III sec. a.C. (6).

Le iscrizioni sono sia destrorse che sinistrorse e spesso le lettere si adeguano al supporto ad esse destinato: sono grandi e regolari quando il supporto lo consente, diventano piccole e curvilinee quando sono iscritte su supporto di dimensioni minori e dalla forma arrotondata (7). I testi sono di varia lunghezza e l’alfabeto, modificato e con numerose aggiunte, è un derivato di quello etrusco (8). La decifrazione di alcuni segni, e quindi una maggiore comprensione dei testi stessi è avvenuta soltanto negli ultimi decenni: si è intuito ad esempio che la “o” è resa con un punto, mentre la “f” con due punti sovrapposti (9); altri segni, prima incompresi, sono stati di recente interpretati come le lettere “q”, “g”, “v”; altri simboli invece sono ancora da interpretare (10).

Il contenuto delle iscrizioni non è di facile interpretazione e solo di alcune è stato possibile una traduzione ed un'interpretazione attendibile. Alcune, le più brevi, sono costituite da una sola parola, un nome proprio, ed è stata loro attribuita una funzione funeraria; l'epigrafe in questo caso rivelava il nome del dedicatario o del possessore della sepoltura stessa (11). La complessità sintattica e la difficoltà di interpretazione dei testi più lunghi invece non consente di classificare le varie epigrafi utilizzando le categorie prestabilite generalmente in uso in epigrafia (funerarie, celebrative, pubbliche, private, ecc.) anche perché, spesso, molteplici erano le funzioni che queste dovevano svolgere (12).

Utilissimi al fine della comprensione dei testi si sono rivelati alcuni verbi che indicano senza alcun dubbio la funzione dell'epigrafe stessa: la presenza del verbo qupat (lat. cubat 'giace') consente di collocare l'iscrizione nella classe delle funerarie; altri verbi, quelli con la radice sta-, come adsta- 'innalzare' o praista- 'ergersi', i verbi opsút (fare), kduíú (dare), persukant (celebrare) sono riferibili al monumento stesso e hanno funzione dedicatoria o celebrativa. Anche alcuni nomi contribuiscono in maniera importante alla decifrazione e interpretazione dei testi: alcuni indicano il manufatto: kora (pietra lavorata, monumento), meitimo- (cippo), praistaklasa (cippo innalzato?) uepet- (sepolcro?); altre, già conosciute e di derivazione indoeuropea: pater-, mater- (padre, madre), ner- (princeps) toúta (comunità), okre- (arce), manus (con le mani o ai Mani); alcuni aggettivi come safino (sabino), kuprí- (bonum), mefio- (medio); avverbi e aggettivi deittici: estuf (qui), esto- (codesto), esmín (qui), esmo- (questo), postin (lungo, dopo); alcuni pronomi di vario genere: suo- (proprio), puíh, posmúí (a cui), suaipis (se qualcuno), tefeí (a te), tíom (te) (13). Rimangono comunque un gran numero di parole che non sono ancora oggi del tutto chiare e la cui interpretazione è solo ipotetica; di alcune è possibile individuare l'etimologia o la radice fonetica ma non se ne riesce a comprendere pienamente il valore e quindi il significato: i termini apaio- e púpún- ad esempio, sembrano individuare due personaggi che dovevano ricoprire ruoli pubblici ma che appartengono ad una realtà che non conosciamo e pertanto non è facile da individuare e comprendere (14). Anche altre situazioni contribuiscono a complicare l'interpretazione di alcune epigrafi: alcune parole, ad esempio l'ego (prima persona) correlato al tu (seconda persona), vengono utilizzate con significati e funzioni diverse: ad esempio nelle cosiddette "iscrizioni parlanti" l'ego è il monumento, il supporto dell'iscrizione, e il tu è il lettore dell'iscrizione stessa; altrove invece l'ego è l'autore dell'epigrafe e il tu è l'individuo a cui è destinata e dedicata l'epigrafe. Ostacoli alla piena comprensione dei testi sud-piceni sono anche i frequenti riferimenti nei testi ad una realtà esterna a noi sconosciuta e una ricerca ritmica e metrica che attraverso l'allitterazione può aver causato lo spostamento delle parole all'interno della frase e aver provocato l'utilizzo di forme lessicali più ricercate (15).

Le iscrizioni più lunghe fin qui interpretate sembrano avere, in definitiva, una funzione celebrativa e dedicatoria, ai personaggi pubblici, alle divinità tutelari (Penna Sant'Andrea), agli antenati (Castignano), ad un "eroe" o ad un "capo" (Capestrano); e una committenza pubblica (toúta) (Penna Sant'Andrea e Cures) (16).

 

CIPPO DI CASTIGNANO (AP) 

A) matereíh patereíh qolofítúr qupírih arítih ímih puíh 

B) púpúnum estufk apaiús adstaíúh súaís manus meitimúm

Trad.: A) "Alla madre (e) al padre è elevata/dedicata la bella opera, a questi per i quali B) gli apaio- dei púpún- eressero ai loro Mani ( o "con le loro mani") il cippo"

Si tratta di due frasi iscritte su un cippo di arenaria di forma troncopiramidale rastremato verso l'alto. La superficie è liscia tranne quella inferiore che doveva essere interrata. Fu rinvenuto nel 1890 in località Monte Calvo e nel 1920 fu portato nel museo di Ascoli Piceno. La scrittura, disposta su due facce del cippo è bustrofedica; nella parte inferiore c'è una freccia che forse doveva indicare il verso della scrittura. E' datato al VI sec. a.C. (17).

 

STELI DI PENNA SANT'ANDREA (TE) 

1) Sidom safinús estuf eSelsít tíom povaisis pidaitúpas fitiasom múfqlúm mefistrúí nemúnei praistaít panivú meitims safinas tútas trebegies titúí praistaklasa posmúi

Trad.:"Quale Sidom i Sabini qui eSelsít te, chiunque (tu) sia, di quale che sia delle stirpi; dei monstra (?) per uno a nessuno inferiore si erge panivú il cippo; il trebegies della comunità sabina al genius, per il quale (è) il monumento-innalzato"

E' una delle iscrizioni più lunghe e la più complessa. Il supporto è una stele ad obelisco in calcare: la parte inferiore, quella da infiggere nel terreno è grezza, la parte centrale è occupata dall'iscrizione, la parte superiore distinta da una risega presenta un bassorilievo di un volto maschile. E' stata rinvenuta nel 1974 con altri due frammenti iscritti in una necropoli e dovevano essere in relazione con l'insediamento di Monte Giove. Si data alla prima metà del V sec. a.C. Sembrerebbe trattarsi di un'iscrizione pubblica: una sorta di elogium della comunità sabina al genius, forse una divinità o un eroe defunto divinizzato (18).

2) ]nis safinúm nerf persukant p[

Trad.: "... i principi dei Sabini celebrano/chiamano..."

Frammento superiore di una stele ad obelisco iscritta in calcare frutto di un ritrovamento occasionale. Si data alla prima metà del V sec. a.C. Dell'iscrizione, apposta lungo i margini, si conserva solo la parte centrale. Nella parte alta la lastra calcarea presenta una risega e si assottiglia verso l'alto; in questa zona è stato raffigurato in bassorilievo un volto maschile. Il testo fa riferimento ad una lapide celebrativa ad opera dei principi dei Sabini.

3) brímeidinais epe[-----------o] psúq qoras qdufenúí; ]rtúr brímeqlúí alíntiom okreí safina [--------------]nips toúta tefeí posmúi praistaínt a[

Parte di stele in pietra locale conservata nel Museo Archeologico Nazionale dell'Abruzzo di Chieti. L'iscrizione, molto frammentaria, non consente di dare una traduzione accettabile del testo che doveva essere il doppio di quello conservato. Anche in questo caso dovrebbe trattarsi di una comunità che direttamente o tramite altri personaggi, erge un monumento per un destinatario.

 

COPERCHIO DI PISSIDE DA CAMPOVALANO (TE) 

a-piesesum   trad:"(io) sono di A-pies"

Rinvenuta nella tomba 100 di Campovalano. Datata al VII-VI sec. a.C. Si tratta di un coperchio fittile pertinente ad una pisside. La vasca del vaso presenta una decorazione incisa a motivi naturalistici e geometrici. Sotto il piede, incisa a cotto, è visibile (anche se molto usurata dal tempo) un'iscrizione destrorsa "parlante" che dichiara la proprietà dell'oggetto (19). 

 

BRACCIALE DAL CHIETINO (VALLE DEL PESCARA) 

]meh tutanioim ombrijen akren postiknúm putih knúskem dúnoh defia úfnú[ ] titiúí fefeh

Ritrovamento occasionale. Si tratta di una lamina rettangolare bronzea avvolta a spirale lunga 29 cm che reca un'iscrizione. L'oggetto ha subito un restauro in antico che ha obliterato parte del testo. Datata al V sec. a.C. L'iscrizione, di cui non si tenta una traduzione, dovrebbe essere una dedica votiva dell'oggetto che doveva essere quindi un dono per qualcuno (20). 

 

CIPPO DI CURES (FARA SABINA-RIETI) 

pra]istaíúh nekar[ ]esmak toutaíh [ ] esmik uepetí[ ]oeue o[-]esaguom [ ]ms im fítias úm[ 

]---- ---- [ 

]ededa ímid[

Cippo in calcare conservato a Farfa nel Museo dell'Abbazia. Non è possibile, data la frammentarietà, ipotizzare una traduzione completa del testo; tuttavia l'iscrizione ricorda l'erezione di un monumento da parte di una comunità (21).

 

STELE DI LORO PICENO (MC)

apaes qupat [e]smín púpúnis nír mefiín veiat vepetí

Stele in arenaria a sommità arrotondata conservata nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona (22).

 

STELE DI MOGLIANO (MC)

apais pomp[---] pú-es lepetín (o uepetín) esmín

Stele in arenaria a profilo antropomorfo stilizzato conservata nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona (23). 

 

STELE DI ACQUAVIVA (AP)

?]raieimúm titú?i anaiúm aúdaqum esmín údiíns uv[-]peiú

Stele perduta alla fine del 1800 (24).

 

STELE DI BELMONTE (AP)

apúnis qupat a[---]-[--] [------] [n]ír [m]efiín [---]e---út ---- [----] udí-[---] íitas estas amgenas dikdeintem atím [-]epie

Stele in arenaria a profilo antropomorfo conservata nel Museo Civico di Bologna (25).

 

CIPPO DI FALERONE (AP)

]- taruis petrúnis

Cippo in arenaria conservato nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona (26).

 

STELE DI SERVIGLIANO (AP)

noúínis petieronis efidans

Stele in arenaria conservata nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona (27).

 

FRAMMENTO DI ARENARIA ISCRITTA DA BELMONTE (AP)

]-heries [

Frammento di arenaria conservato nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona (28).

 

CIPPO DI SANT'OMERO (TE)

petroh púpún[-----------------]r e súhúh suaipis ehuelí de[----------------]nu puúde pepie-

Cippo in arenaria conservato nel Museo archeologico di Teramo (29).

 

STELI DI BELLANTE (TE)

1) postin viam videtas tetis tokam alies esmen vepses vepelen

Stele in arenaria a profilo ovoidale con figura umana a rilievo nella parte centrale, conservata nel Museo Nazionale di Napoli (30).

2) ]- titienom --[

Stele in arenaria a profilo ovoidale, conservata nel Museo Nazionale di Napoli (31)

 

STELE DI CRECCHIO (CH)

deiktam h[lpas] pimoftorim esmenadstaeoms upeke[--]orom iorkes iepeten esmen ekúsim raeliom rufrasim poioúeta iokipedu pdufem ok[r]ikam enet bie múreis maroúm -elíúm uelaimes staties qora kduíú

Stele in arenaria conservata nel Museo Nazionale di Napoli (32).

 

CIPPI DI CASTELDIERI (AQ)

1) -]mitah h[-]lpas [----------------------] mínoh homanah molk[-]a[-----------------------k]aúieh kaúieis puqloh praistaít pom[

Cippo in calcare frammentario conservato nel Museo Nazionale di Napoli (33).

2) ]ah selah pimpíh [ ]m [-]oharme proiose r[ ]oiús boúediín haligatú [

Cippo in calcare conservato nel Museo Archeologico Nazionale dell'Abruzzo di Chieti (34).

 

STATUA DI CAPESTRANO (AQ)

makupríkoramaninisrakinevíipomp[---]í  

ma kuprí koram aninis rakinevíi pomp [---]í

Si tratta di una statua monumentale in calcare locale frutto di un rinvenimento occasionale del 1934. E' conservata nel Museo Archeologico Nazionale dell'Abruzzo di Chieti. E' una statua virile a grandezza naturale, funeraria e onoraria. La figura è in piedi, le braccia sono incrociate sul petto e sull'addome. Indossa un elmo a a larga tesa con calotta ornata di un cimiero di penne. Il corpo è rappresentato geometricamente e anche i tratti del volto sono molto schematici. Poggia su un basamento ed è sorretta ai lati fino alle spalle da due pilastri piramidali. L'iscrizione è sul pilastrino di destra. L'epigrafe incisa identifica il personaggio come Nevio Pompuledio, che aveva rango di Re, figura che rivestiva i ruoli di capo guerriero, sommo sacerdote e amministratore della giustizia. Il ricco armamento e il costume evidenziano l'alto rango del personaggio: l'elmo da parata, i dischi corazza sul petto e sulla schiena, la ventriera, il cinturone, la spada lunga e il pugnale, la coppia di lance, l'ascia, il collare e le armille. La statua rappresenta il periodo di massimo splendore della civiltà picena e raffigura i potenti aristocratici del tempo, si data perciò tra la seconda metà del VII e la prima metà del VI sec. a.C. (35).

 

ELMO DI BOLOGNA

erimínú spolítiú

Elmo in bronzo proveniente dalla Tomba 1 della necropoli Benacci-Caprara, conservato nel Museo Civico di Bologna (36).

 

ELMO DI CANOSA DI PUGLIA (BA)

úlúgerna oppure úlúverna

Elmo in bronzo conservato nel Museo Archeologico di Firenze (37).

 

LE ISCRIZIONI DI NOVILARA 

La denominazione "iscrizioni di Novilara" è puramente convenzionale in quanto soltanto una delle 4 iscrizioni rinvenute in territorio pesarese proviene con certezza dalla necropoli di Novilara mentre delle altre non è stato individuato il contesto di provenienza (38). La lingua con cui sono scritte le epigrafi in questione presenta molteplici problemi di attribuzione perché non corrisponde ad alcuna delle lingue in uso in quest'area e in quelle vicine anche se molte sono le somiglianze con i tratti linguistici del greco, dell'etrusco e delle lingue italiche (39). Nella silloge del Whatmough (40) in cui le epigrafi venivano convenzionalmente denominate "nord-picene" esse erano in numero di sei ma in seguito tre di queste sono state espunte: la prima, detta "bilingue di Pesaro" è scritta in latino ed in etrusco; la seconda è un'iscrizione su tessera d'osso, anch'essa in etrusco; la terza, l'iscrizione sul bronzetto di Osimo (o di Staffolo o di S. Vittore) è redatta in lingua italica, forse umbra, con infiltrazioni etrusche. Alle tre iscrizioni rimaste se n'è aggiunta una quarta, conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Ancona (41).

Delle 4 epigrafi soltanto una è completa mentre le altre tre sono frammentarie e molto brevi; inoltre sono disomogenee fra di loro: soltanto una parola sembra ricorrere in due testi: la forma soter (e sotris) dell'iscrizione lunga ricorre nella forma soteri in una delle brevi ma che questa concordanza è incerta perché nel testo breve la parola è stata isolata per segmentazione proprio dal confronto con il testo lungo (42).

1. Frammento di stele iscritta conservata al Museo Oliveriano di Pesaro. E' l'unica che proviene da uno scavo archeologico; fu rinvenuta nella necropoli Servici di Novilara nel 1860 (o 1863) in località Selve di S. Nicola in Valmanente. In realtà, secondo la testimonianza del Brizio (43), sembra che la stele non sia stata trovata in situ ma "in mezzo al terriccio" fra tre tombe, sebbene la funzione originaria era quella di segnacolo di una sepoltura. Del testo si conserva la metà sinistra di due righe: quella superiore ha caratteri grandi quasi il doppio rispetto alla linea inferiore. Nel testo non c'è interpunzione.

]-úpeś

]mresveat

Alla riga 1 il primo segno dopo la lacuna potrebbe essere u oppure l retrogrado, alla riga 2, la sequenza ve potrebbe essere ev oppure ee, mentre il quarto segno potrebbe essere anche c.

Questo alfabeto richiama un modello etrusco settentrionale di fine VII- inizi VI sec. a.C.: la presenza di sade a fine parola, la sequenza sv della seconda linea sono ben attestati nell'etrusco; unica anomalia la presenza della "ypsilon diacriticato" resa con ú in cui il diacritico è rappresentato da un trattino centrale che non tocca, in basso, il punto di incontro dei due tratti che costituiscono il segno (44).

2. Stele in arenaria tenera conservata nel Museo Preistorico e Etnografico "Luigi Pigorini" di Roma. Databile tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C. E' l'unica che conserva il testo per intero (anche se con qualche abrasione che non influisce comunque sulla lettura del testo). Rinvenuta nel 1889 nel Pesarese, Brizio ne ipotizza la provenienza da S. Nicola in Valmanente. In un lato poco levigato, presenta una decorazione incisa figurata: in alto al centro una ruota a quattro raggi, al centro della scena due scene, una di combattimento e una di caccia. Il bordo della stele, piatto su tre lati è decorato con un'incisione a doppia spirale. Sull'altro lato, levigato in maniera uniforme, è incisa l'iscrizione chiusa su tre lati da una cornice a zig zag e da una fascia di doppie spirali. In alto al centro c'è una ruota a cinque raggi con ai lati un triangolo ed una croce. In basso l'iscrizione è chiusa da una fascia incisa con un motivo a spina di pesce e due linee orizzontali che delimitano uno zoccolo. Il testo, successivo alla cornice, ne segue l'andamento sinuoso e riempie l'intero spazio a disposizione come per una sorta di horror vacui, ha andamento sinistrorso e si sviluppa in dodici righe:

mimniś . erut . gaareśtadeś

rotnem . úvlin . parten (.?) úś

 polem . iśairon . tet

šut . tratneši . krúś

tenag . trút . ipiem . rotneš

túiś . θalú . iśperion . vúl

teś . rotem . teú . aiten . tašur

śoter . meri/pon . kalatne

niś . vilatoś . paten . arn

úis . baleśtenag . andś . et

šut . l/iakut . treten . teletaú

nem . polem . tišu . śotriś . eúś

Alla riga 1 la prima e di gaareśtadeś potrebbe essere anche una iota; nella riga 2 non è sicura la presenza dell'interpunzione dopo parten; alla riga 4 la ś di krúś potrebbe essere š; alla riga 5 invece di rotneš potrebbe leggersi rotnem; alla riga 11 il primo segno potrebbe essere my; alla riga 12 l'ultimo trattino del my di polem sembra una correzione di un precedente š. Le lettere sono quasi schiacciate e spesso si agganciano tra di loro. La presenza di beta, gamma ed omicron è indicativo di un modello greco anche se non è escluso, anzi è molto probabile per la tipologia delle lettere lambda e my, che il tramite sia etrusco perché anche questa lingua per tutto il VII sec. a.C. (al massimo agli inizi del VI sec. a.C.) utilizza l'alfabeto greco con le lettere al completo. Anche in questa stele si denota l'anomalia rispetto al modello greco e al tramite etrusco della presenza dell' "ypsilon diacriticato". Anche in questo testo compare il sade e un altro segno simile al sade ma reso graficamente in maniera diversa che costituisce un'innovazione locale e che dovrebbe rendere il suono di una seconda sibilante, sul modello etrusco e diversamente dal greco, segno che definiremo "sade asimmetrico"(45). Questa iscrizione avrebbe dunque due sibilanti: una postdentale e una palatale; nei sistemi fonologici così fatti la postdentale è quella che ricorre il maggior numero di volte. Nel nostro caso dunque il "sade asimmetrico" che ricorre solo 5 volte contro le 18 del sade normale rappresenta la sibilante palatale. Problematico è anche spiegare la presenza in due casi, di un segno a forma di R maiuscola, attestato anche nell'altra stele di Novilara conservata anch'essa al Museo Pigorini; si ritiene che, con una struttura analoga a quella dell'alfabeto osco (46), esso sia una specie di d anche se rimangono molti dubbi nati dal fatto che la scrittura di Novilara, sia che fosse di matrice greca o etrusca, prevedeva la presenza del segno d. L'interpunzione, costituita da un brevissimo tratto orizzontale o obliquo, costituisce un altro problema in quanto in area etrusca il segno unico non viene utilizzato prima della fine del VI sec. a.C., e questo crea un'ulteriore frattura temporale fra la datazione della stele e i caratteri grafici dell'iscrizione (47).

3. Frammento di stele conservato nel Museo Preistorico e Etnografico "Luigi Pigorini" di Roma. Databile tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C. Non è certa la provenienza della stele, secondo alcuni Fano, secondo altri S. Nicola in Valmanente. In un lato c'è una scena figurata, nell'altro l'iscrizione. Si conservano le prime tre righe, quasi complete, e resti di una quarta riga in corrispondenza della frattura in basso. L'iscrizione è sinistrorsa e come la precedente è racchiusa da una cornice a volute; le lettere tuttavia non sono addossate le une alle altre come nella iscrizione della stele sopra esaminata.

pa . śatigot 

kešoteri  

amdet : nk  

[----]k[----]

L'alfabeto è lo stesso della stele precedente, con la presenza dei due sade, del kappa e del gamma e della R maiuscola per d. Problematica nuova è quella della presenza di due diverse t, una normale, con la barretta trasversale tangente in alto quella verticale, l'altra con la barretta trasversale che interseca quasi a metà quella verticale e che ricorre tre volte nel testo; non si tratta di una variante della prima ma di un vero e proprio tipo (48).

4. Frammento di stele in arenaria conservato nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona. In passato si riteneva provenisse da Belmonte mentre più probabilmente proviene anch'essa da S. Nicola in Valmanente. Solo l'angolo a destra in basso risulta arrotondato e lisciato, per il resto, sia il bordo, sia la superficie superiore è lasciata grezza. La superficie figurata ed iscritta è invece abbastanza piana anche se leggermente abrasa a sinistra. Con ogni probabilità è stato utilizzato lo stesso strumento sia per la raffigurazione che per l'incisione. Quasi al centro della lastra c'è l'incisione figurata di una scena di caccia a cavallo. L'animale sulla sinistra, non del tutto visibile perché danneggiato dall'abrasione della lastra, che sembrerebbe un cane o un lupo sta di fronte ad un cavaliere armato di lancia. In basso l'iscrizione, sinistrorsa, di cui si conserva la prima riga incompleta e tracce della seconda riga.

tiperašθe . raiup . bav[

 [---]ipš[---------------]

L'alfabeto sembrerebbe essere quello delle steli precedenti, anche per la presenza del sade asimmetrico, anche se non è possibile escludere che qui abbia il valore di un my a quattro tratti (poiché non c'è quello a cinque tratti) (49).

La stele di Pesaro, quella di provenienza certa da scavo, è l'unica che non presenta particolari problemi linguistici o la discrepanza fra caratteri paleografici e datazione della stele; l'alfabeto è individuabile come locale di matrice etrusca. Le altre tre steli  presentano, come visto, numerosissime problematiche che ne pregiudicano in maniera determinante una possibile interpretazione; non è nemmeno del tutto certo che si tratti della stessa lingua e gli studiosi si dividono fra chi vede maggiori affinità con l'alfabeto greco, chi con il latino, chi con l'italico e chi con l'etrusco (50). Enormi discordanze fonologiche emergono in particolare fra questa lingua e quella etrusca (51). A seguito di queste considerazioni e nell'impossibilità di attribuire le tre steli, per giunta di incerta provenienza, ad un ambito linguistico definito, non si può escludere, che esse siano opera di falsari (52).

 


(1) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Francoforte - Ascoli Piceno - Chieti, 1999-2000), De Luca, Roma 1999, p. 135

(2) Si tratta di una definizione convenzionale proposta dalla Marinetti; varie sono le diciture con cui sono state definite queste iscrizioni nel corso dei secoli dai vari studiosi: “sabelliche”, “paleosabelliche”, “protosabelliche”, “picene”, “italico-orientali”, “medio-adriatiche”: A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 134

(3) Fanno eccezione i due elmi inscritti rinvenuti a Bologna e a Canosa di Puglia e l’iscrizione di Cures da Fara Sabina (Rieti): Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 134

(4) A. Naso, I Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Longanesi, Milano 2000, p. 230

(5) A. Naso, I Piceni, cit., p. 230 “... due iscrizioni redatte in alfabeto sudpiceno e in lingua forse gallica...”

(6) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 135

(7) A. Naso, I Piceni, cit., p. 230

(8) A. Naso, I Piceni, cit., p. 231

(9) E’ una caratteristica del “sudpiceno” rendere segni circolari e tratti con i punti: ecco che la “o” diviene un punto e la “f” che in etrusco ha spesso questa forma ”8” è resa con due punti sovrapposti; A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 135

(10) Fra questi il segno “a stella” nell’epigrafe di Penna Sant’Andrea e il segno quadrato: A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 135

(11) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 136

(12) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 135

(13) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., pp. 136, 137

(14) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 137

(15) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 136

(16) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 137

(17) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 137; AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 244, scheda 400

(18) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., pp. 137, 138; AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., pp. 242-244, schede 398, 399

(19) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 138; AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 245, scheda 404

(20) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 138; AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 245, scheda 405

(21-25) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 138

(26-34) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 139

(35) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 139; AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 240, scheda 390

(36) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 139; AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 245, scheda 406

(37) A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 139

(38) Tre iscrizioni infatti non provengono da scavi archeologici ma sono state acquisite dal mercato antiquario: L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, Atti del XXII Convegno di Studi Etruschi ed Italici, Ascoli Piceno-Teramo-Roma, Ascoli Piceno 2000, Pisa-Roma 2003, pp. 115

(39) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p.139

(40) J. Whatmough, East Italic. A. Northern 'East-Italic' Inscription, in Prae-Italic Dialects of Italy, 1933, pp. 208-222

(41) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 115; L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 140. I due lavori dello stesso autore si ricalcano in molti punti, egli stesso dice in nota 1 del primo intervento citato: "Nella sostanza e spesso anche nella forma espositiva, quanto segue si richiama al saggio che ho presentato come contributo della mostra Piceni Popolo d'Europa (Agostiniani 1999)."

(42) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 115

(43) E. Brizio, La necropoli di Novilara presso Pesaro, in MontAntLinc 5, 1895, cc. 175, 176

(44) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 116

(45) Non rappresenta infatti, come negli alfabeti greci arcaici, la funzione di my (qui rappresentata secondo la forma calcidese-etrusca a cinque tratti): L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 117

(46) E' escluso ogni collegamento storico fra l'alfabeto osco e quello della stele in questione (l'alfabeto osco si sviluppa nel III sec. a.C.)

(47) Per le notazioni linguistiche si veda: L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., pp. 116-118; L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., pp. 140, 141; per la descrizione della stele si veda: AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 244, scheda 402

(48) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 118; L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 141

(49) Per le notazioni linguistiche si veda: L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., pp. 118, 119; L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., pp. 141, 142; per la descrizione della stele si veda: AA.VV., Piceni Popolo d'Europa, cit., p. 244, scheda 403

(50) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 119

(51) In particolare la lingua di Novilara ha una struttura a 5 vocali mentre quella etrusca a 4 vocali, nella prima sono assenti la f e le occlusive aspirate che invece caratterizzano la seconda, sono assenti nella prima numerose strutture morfologiche che caratterizzano la seconda: L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 120

(52) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., pp. 122-124; L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 142

 

 

Sommario Commerci