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Palazzo Cima
della Scala
Corso Garibaldi
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La
famiglia dei
Cima, della quale si
hanno testimonianze fin dagli inizi del XII sec., fu esiliata da Cingoli
intorno alla metà del XV sec. Con la morte di Francesca Cima avvenuta
poco dopo il 1466 la famiglia si estinse. Il 30 dicembre 1466 Francesca
nominò sua cugina Elisabetta come
erede. Elisabetta si sposò nel 1399 con Biagio di messer Bartolommeo
Smeducci,
vicario della Chiesa in S. Severino Marche, che aggiunse
all'emblema del proprio stemma, una scala, due cime di palma.
Gli
Smeducci discendenti di Elisabetta Cima tornarono a Cingoli nei primi
anni del XVI sec. e cambiarono il proprio cognome con quello di Cima
della Scala. Si deve a Masio Cima della Scala la ricostruzione dei
palazzi appartenuti all'antica famiglia Cima, posti in via Amici della
Marca, fra l'attuale Caserma dei Carabinieri e via del
Teatro.
Il palazzo dei Cima della Scala posto in Corso Garibaldi è il risultato della
fusione di tre o più abitazioni, il prospetto delle quali fu
ridisegnato presumibilmente per volere dei fratelli Pietro Giacomo e
Masio Cima della Scala nella prima metà del sec. XVII.
Pietro Giacomo, vestito l'abito
ecclesiastico, fu al seguito del card. Alessandro de' Medici in qualità
di maestro di camera, ottenendo di essere ascritto tra i prelati
di Curia.
Seguì, nel 1571, il Medici che si recava, in veste di legato
pontificio, a Parigi, alla corte di Enrico IV, per procurare la pace
tra Francia e Spagna. In quell'occasione gli fu attribuito in gran parte
il merito dei negoziati che portarono al trattato di Vervins.
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Ne ebbe in
premio dal Re di Francia l'Ordine equestre di San Michele e dal card.
de' Medici, allorché divenne papa Leone XI (1605), la carica di suo maestro
di camera e gli incarichi onorevoli di Generale delle Armi
nella Marca di Ancona e Castellano di Perugia.
Il Comune di
Ancona lo aggregò alla propria nobiltà insieme al fratello Masio e ai
discendenti di quest'ultimo; il quale, nel 1605, fu inoltre ascritto
alla nobiltà di Recanati e successivamente fu Castellano di
Ancona e di Perugia.
Le cariche e gli onori conseguiti
dai due fratelli comportarono la necessità di adeguare le proprie
abitazioni all'accresciuto prestigio famigliare. Il permesso di
collegare più fabbricati mediante cavalcavia e di appropriarsi di spazi
pubblici fu loro concesso dal card. Giacomo Bandini, governatore della
Marca, il cui stemma essi collocarono, in segno di gratitudine, sul
prospetto della nuova abitazione, accanto al proprio e a quello del
card. de' Medici.
Oltre l'ingresso si apre un
cortiletto, spazio residuo di un antico vicolo parallelo al Corso, nel
quale si osserva, posto in funzione di chiave di volta di un arco, lo
stemma dell'antica famiglia Cima sormontato dall'iscrizione seguente:
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INCLITA
DE CIMIS BENOTINVS ET ALTA PROPAGO
CINGVLEVS
PATRIA CVIVS MODERAMINA IVSTO
IMPERIO
MERVIT SANCTO INDVLGE(N)TE MONARCHA
DONATVSQUE
ROSA PRO NOBILITATIS HONORE
CORPORE FORMOSVS VULTUQ(UE) TREMENDVS ET ARMIS
IUSTITIE
CUSTOS MIRA PROBITATE SENATOR
URBI PREPOSITUS FATIS HEU RAPTUS INIQUIS
HIC
CORPUS LINQUE(N)S ANIMA REPETIVIT OLIMPUM
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Benotino
dei Cima inclita e grande progenie
cingolano
di patria della quale con giusto ordine
ottenne
il governo accordandoglielo il Santo Monarca
ed
ebbe il dono la rosa per l'onore della sua rinomanza,
bello
di corpo, tremendo nel volto e nelle armi,
custode
della giustizia di ammirevole rettitudine, preposto all'Urbe come
senatore,
rapito, ahimè, da avverso destino,
lasciando
qui il corpo, con l'anima è tornato all'Olimpo!
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Si tratta della replica
dell'iscrizione sepolcrale di Benutino
Cima, morto a Roma nel 1400, iscrizione che Pietro Giacomo Cima
della Scala nel 1619 fece ricollocare nel luogo di origine, nella chiesa
di Santa Maria in Ara Coeli in Roma, sulla controfacciata, a sinistra
della porta d'ingresso. Presumibilmente fu lo stesso Pietro Giacomo a
commissionare e fare apporre la replica nel suo palazzo cingolano.
L'interno del palazzo risente i
danni di un prolungato abbandono. Una sola stanza ha conservato gli
stucchi e le decorazioni pittoriche seicentesche; nelle altre prevalgono
decorazioni più tarde, tra le quali spicca per interesse un ciclo di
affreschi eseguiti nella prima metà dell'Ottocento dal pittore Corrado
Corradi (Cupramontana, 1781 - 1852), ultima manifestazione del
mecenatismo dei Cima della Scala. Si tratta di soggetti in prevalenza
mitologici, i quali, nelle sale di rappresentanza prospettanti sul coro,
assumono un carattere solenne e declamatorio.
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Scudo della famiglia Cima
(disegno di P.
Appignanesi) |
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Cavaliere
della famiglia Cima (ricostruzione ideale di P.
Appignanesi) |
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Stemma
dei Cima della Scala (disegno di C.E. Bernardi) |
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Testi:
1) P. Appignanesi, Guida della
città e del territorio, in Cingoli.
Natura Arte Storia Costume, Cingoli 1994, pp. 82-83
2)
G. Avarucci - A. Salvi, Le iscrizioni medioevali
di Cingoli, Padova 1986, p. 157
3)
Pompeo Litta, Famiglie celebri d'Italia, 1819-1883
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