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di
Paolo
Appignanesi
La
liberazione di Cingoli e altre pagine di storia cingolana,
pp. 389-421
1.
La tradizione orale
-
In
una grotta che si apre sulle pendici di Monte Acuto, il rilievo lungo il
quale corrono i confini dei territori di Cingoli, Treia e S. Severino,
una "Signora" tesse da tempo immemorabile con un telaio d'oro.
Per impossessarsi del telaio occorre salire sul monte, a mezzanotte,
denudarsi, sostenere un bicchiere pieno d'acqua e attendere che un
grosso serpente, dopo aver avvolto il nostro corpo nelle sue spire senza
che un gesto o una parola tradiscano la nostra emozione, si protenda
verso il bicchiere e ne beva l'acqua. Soltanto allora avremo libero
accesso ai gradini scavati nella roccia che conducono alla grotta e al telaio. Nessun cercatore di
tesori, però, è mai riuscito a giungere fino alla "Signora":
sopraffatti dalla paura, rotto irrimediabilmente il silenzio, tutti si
sono ritrovati a molti chilometri di distanza, trasportati da un vento
improvviso, privi di sensi, abbandonati in mezzo a cespugli di rovo
(1).
-
Un
giorno un cacciatore, dopo aver rincorso la preda attraverso i boschi
della Valle delle Laque, tra Monte Acuto, il Monte di S. Angelo e il
Monte Carcatora, si trovò improvvisamente in uno spiazzo erboso mai
visto prima di allora, nonostante conoscesse quei luoghi fin da bambino.
Nel mezzo della radura,
acciambellato, c'era il "regolo", il re dei serpenti, che
somiglia un po' al ramarro ma ha piccole orecchie ed è notevolmente più
grosso di qualsiasi serpente che viva alle nostre latitudini. Quando si
muove genera un rumore metallico, simile a quello prodotto da un
barattolo che rotoli. È color d'oro ed emana vivi bagliori. Dopo un
attimo di stupore il cacciatore imbracciò il fucile e prese la mira ma
il serpente, sibilando assordantemente, si alzò in volo in uno
splendore abbagliante; accecato dalla luce, frastornato dal sibilo
penetrante, il cacciatore perse i sensi. Quando si riebbe del
"regolo" non c'era più traccia, c'erano soltanto, nel punto
dal quale si era sollevato, tanti piccoli serpenti di varie specie
(2).
-
Prima
che fosse costruita la strada che oggi attraversa la Valle delle Laque
si scorgevano di tanto in tanto, sul naturale fondo roccioso, i
solchi lasciati dalle ruote del carro di S. Sperandia, tirato da due
vitelli da latte (3).
Ascoltare
un anziano abitante dei centri rurali di Cingoli mentre racconta le
antiche storie riguardanti il luogo natìo e rimanere colpiti dal
contrasto fra il piglio grave e perentorio del narratore e la stranezza
dei personaggi che popolano i suoi racconti è pressoché inevitabile:
scrofe che trascinano catene, serpenti luminosi che volano, regine
lapidate dai bambini del proprio reame, ecc., simboli e protagonisti dei
quali gli sfuggono ormai il senso originario e i nomi. Se poi
l'ascoltatore, vinta la confusione, chiede qualche chiarimento, non
ottiene che un pò d'imbarazzo e la giustificazione che i fatti narrati
furono ascoltati dai vecchi che a loro volta li appresero dai loro
genitori... e tanto basti. La loro credibilità poggia quindi sulla
garanzia di una ininterrotta trasmissione orale e sul rispetto del
principio di autorità, in nome del quale il narratore pretende
attenzione e considerazione.
Nei
tre brevi racconti sopra citati, relitti di tradizioni presumibilmente
più complesse e articolate alle quali mancò l'apporto di un
novellatore-poeta per assurgere al rango di fiaba, compaiono alcuni dei
suddetti bizzarri personaggi, l'apparizione dei quali è talora accolta
dagli ascoltatori con un sorriso per metà scettico, per metà
divertito. Ma, in realtà, esistettero quei personaggi? chi furono?
perché sono rimasti così a lungo in vita?
Il
presente contributo è il tentativo di trovare risposte soddisfacenti a
questi interrogativi relativamente ai protagonisti dei tre racconti, le
cui gesta si svolsero tutte nell'ambito della Valle delle Laque, un
luogo circondato da piccoli centri (Avenale, Grottaccia, Colcerasa,
Castel S. Angelo) nei quali la forza conservatrice si è esercitata
costantemente. Quest'ultima osservazione ci ponga sull'avviso: le
tradizioni orali tuttora viventi in località fortemente conservatrici
possono affondare le radici nel mito e negli antichi riti di
iniziazione; converrà essere prudenti, smettere il sorriso divertito:
stiamo forse per entrare in domini un tempo assegnati agli Dei o sul
punto di conoscere riti la cui divulgazione era severamente proibita; un
gesto o una parola di troppo, come nel racconto tradizionale,
porterebbero al fallimento dell'impresa (4).
Ci guideranno nel labirinto
dei simboli uno storico delle religioni, uno studioso dei racconti di
fate e uno psicologo analista, ai quali lascerò il compito di
commentare le azioni e i temi che i tre racconti, in forma irrigidita e
frammentaria, ci hanno tramandato, riservandomi brevi interventi là
dove palesi analogie consentiranno di formulare ipotesi o di trarre
caute conclusioni (5).
Prima
di entrare nel vivo della ricerca, che qui necessariamente sarà
limitata agli interrogativi più interessanti posti dai racconti,
occorre considerare che nella prima narrazione il serpente si presenta
come guardiano della grotta nella quale si trovano la
"Signora" e il telaio ed è associato all’acqua, che deve
bere: è quindi un essere ctonio, custode di un ambiente sotterraneo, ed
è legato all’elemento acqua; nel secondo, al contrario, ha una chiara
natura ignea, solare (splendente come l’oro), ed è legato
all’elemento aria stante la sua capacità di volare. Si tratta di una
distinzione, come si vedrà, di grande importanza.
2.
Il serpente acquatico
Nel
mondo antico e in alcune religioni contemporanee il serpente è spesso
associato alla luna e alla donna. Sono note le divinità mediterranee presentate con serpenti in mano
(Artemide arcade, Ecate, Persefone
ecc.) o con chioma di serpenti (Gorgone, Erinni, ecc.). Queste Grandi
Dee partecipano tanto al carattere sacro della luna che a quello
del suolo ed essendo esse
anche divinità funebri (i morti vanno sotto terra o nella
luna per rigenerarsi e ricomparire sotto forma nuova) il
serpente:
diviene
l'animale funebre per eccellenza, quello che incarna le anime dei morti,
l’antenato ecc. Sempre con questo simbolo di rigenerazione si spiega
la presenza del serpente nelle cerimonie di iniziazione.
Inoltre:
l'intuizione
della Luna, in quanto norma dei ritmi e fonte di energie…ha intessuto
realmente una rete fra tutti i piani cosmici, creando simmetrie,
analogie e partecipazioni fra fenomeni infinitamente vari... In questo
modo incontriamo il complesso Luna-pioggia-fecondità-donna-serpente-morte-rigenerazione
periodica, ma qualche volta abbiamo a che fare soltanto con gli insiemi
parziali Serpente-donna-fecondità o Serpente-pioggia-fecondità...
Leggende e miti innumerevoli ci rappresentano Serpenti o Draghi che
dominano le nuvole, abitano nelle paludi e riforniscono d’acqua il
mondo. Il legame fra serpenti e corsi d'acqua si è conservato perfino
nelle credenze popolari europee
(6).
Comincia
così a delinearsi la possibilità di istituire un rapporto tra il
nostro serpente, l'acqua e il regno sotterraneo dei morti (la grotta),
possibilità corroborata dalla constatazione che nell'ampia valle
abbondano sorgenti e corsi d'acqua (tra i principali la Sorgente delle
Laque e il fosso omonimo, che la stessa alimentava prima di essere
utilizzata per l’acquedotto di Botontano-Marcianello) e grotte con
annesse conserve d’acqua scavate nella roccia (Grotta di S. Angelo e
Grotta di Santa Sperandia)
(7). Ulteriori incoraggiamenti alla verifica della fondatezza di tale
nesso giungono dal mondo della fiaba:
...
anche nel racconto di fate il serpente è un essere acquatico ... Le
rappresentazioni del serpente custode delle acque s'incontrano già
presso i popoli primitivi ... Al pari del serpente inghiottitore, anche
quello acquatico era in origine un essere temibile ma in fondo benefico:
è colui che dona le acque, più tardi diviene il creatore della
fecondità tanto della terra quanto degli uomini. In che modo nasce il
motivo della lotta contro il serpente? Esteriormente, per quanto
concerne il soggetto, compare il motivo dell'abuso di poteri da parte
del serpente: nella sua qualità di essere acquatico egli trattiene
l'acqua e provoca la siccità, oppure al contrario, ne vomita una
quantità tale da causare il diluvio
(8).
Si
profila, sempre più distintamente, la possibilità che anche il
serpente di Monte Acuto, nella versione consegnataci dalla credenza
popolare, sia un superstite della folta schiera di Ofidi signori delle
acque che popolarono, e in parte tuttora popolano, le località nelle
quali le acque sotterranee si manifestano abbondantemente, o in modo
tale da impressionare la mentalità primitiva, e ai quali fu assegnata
la custodia del regno infero, per assimilazione alla Luna-donna. La
scena dell'avvolgimento del cercatore può, a questo punto, configurarsi
come una lotta col serpente vòlta ad impedirgli di inghiottire l'acqua
e provocare la siccità. Ed è la stessa nudità del cercatore a porre
l'accento, significativamente, sulla relazione molto stretta esistente
fra donna, serpente ed erotismo da una parte e fertilità della terra
dall'altra (9).
Il divieto di muoversi e di rompere il silenzio, imposto
al cercatore del tesoro, si può considerare un'allusione a prove
iniziatiche un tempo espresse, forse, più dettagliatamente e più
esplicitamente nel racconto. Della funzione di custode del regno dei
morti svolta dal serpente s'incontrerà, nel
paragrafo che segue,
una curiosa testimonianza.
(1)
Incompleta e con alcune variazioni la leggenda è stata pubblicata
in Guida all'Italia leggendaria, misteriosa insolita
fantastica, Milano, 1967, vol. II, pp. 158 -159.
Le
variazioni sono: i cercatori sono due, uno dei quali è addetto
unicamente a scavare il tesoro; il cercatore che attende
l'apparizione del serpente ha denudato soltanto il braccio destro;
i cercatori che rompono il silenzio sono "scaraventati così
lontano" che di loro non si sa più nulla; manca la menzione
della tessitrice.
Un
accenno al latente contenuto ritualistico del primo racconto e
all'importanza delle acque salutari che scaturiscono nella valle
si trova in P. APPIGNANESI, Archeologia e tradizioni, in
"Jesi e la sua valle", anno XII, 7 luglio 1973, p. 39.
(2)
Devo il racconto ai sigg. Piergiorgio Battistelli e Corrado
Battaglia, continuatori delle antiche tradizioni venatorie
cingolane.
(3)
Questa ed altre memorie sperandiane riguardanti la Valle delle
Laque mi sono state narrate dalla signora Adele Crescimbeni
Bacelli che le ha apprese dal padre Manlio, originario della
frazione di Castel S. Angelo.
(4)
Sui possibili rapporti fra i motivi fiabeschi o i racconti
popolari e alcune forme della religione e della cultura dei
primitivi si veda P. TOSCHI, II Folklore, Roma, 1969, pp.
120 -134, alla cui bibliografia si rimanda.
(5)
Le frequenti citazioni utilizzate in funzione di commento
sono tratte da M. ELIADE, Trattato di storia delle religioni,
Torino, 1970, V. J. PROPP, Le radici storiche dei racconti
di fate, Torino, 1972 e E. NEUMANN, La Grande Madre,
Fenomenologia delle configurazioni femminili dell'inconscio.
Roma, 1981, opere alle quali si rimanda per l'approfondimento dei
paralleli proposti fra le tradizioni orali esaminate e alcuni
aspetti del mito e della fiaba.
(6)
M. ELIADE, cit. pp. 175-176.
(7)
II corso d'acqua che attraversa la valle assume varie
denominazioni: nel tratto iniziale quella di Fosso le Laque,
successivamente quella di Torrente Rudielle (IGM F. 117II S.O.)
benché la sua denominazione popolare sia quella di Rio Laque, il
rio delle acque, con allusione forse alle acque per eccellenza o
ad acque comunque particolari che un tempo presumibilmente
formavano acquitrini essendo attestato fin dal 1644 il toponimo
"Pian delle Laque dell'Avenale" (Cfr. AVICENNA, Memorie
... cit., In strumento contenente gl'atti fatti dal P.
Bacilliero ecc., p. 13). La presenza alle due estremità della
valle di toponimi includenti la specificazione le Laque e delle
Laque giustifica il nome ad essa assegnato, nel presente
contributo, di Valle delle Laque. Il carattere infero del Fosso
delle Laque e particolarmente della sorgente omonima, localmente
detta "la Sbocca" (da bocca con s -
estrattivo), è posto in evidenza dalla seguente tradizione orale
riferitami da Mario Crescimbeni, di Cingoli, che la ascoltò da
sua madre, Giulia Sopranzetti, e dalla sig. Nerina Giorgi,
entrambe originarie della frazione di Castel S. Angelo:
La
sorgente della "Sbocca", circondata da tife e da canne
palustri, ha circa 12 metri di circonferenza e una profondità
sconosciuta (i sassi che vi si gettano scompaiono presto alla
vista e non producono alcun rumore). Vi si scorgono nel mezzo, per
la trasparenza dell'acqua, due bianchi massi sommersi che devono
essere guardati da lontano altrimenti risucchiano l'osservatore.
Se si passa accanto ad essa nelle chiare notti di luna piena si
sentono strani rumori giungere dalla profonda cavità sotterranea;
a produrli sono i vani tentativi di riemergere compiuti da un
contadino che una volta, percorrendo al buio la valle e
avvicinatosi troppo alla sorgente, fu inghiottito con il suo
biroccio carico di fascine e munito di sterza (avantreno). I due
massi, infatti, altro non sono che le vacche aggiogate al suo
carro che si sforzano disperatamente di uscire dall'abisso senza
mai riuscirci. Anche sul Monte di S. Angelo si apre una grotta
della quale non si conosce la profondità. Una volta due frati
provarono ad esplorarla. Di loro non si seppe più nulla (notizia
fornitami da A. Cavalletti di Cingoli).
(8)
V. J. PROPP, cit. pp. 404-407.
(9)
M. ELIADE, cit. p. 269.
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